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Serravalle e dintorni...

STORIA

IL PO NELLE VICENDE UMANE DI SERRAVALLE
- L'ASSETTO IDRAULICO-TERRITORIALE -

 

Il corso del Po nella zona del Polesine di Ferrara - (Ferrara 1662 -Biblioteca Ariostea)

Il fiume Po nelle vicende umane e nell'assetto idraulico-territoriale

A differenza di altri corsi d'acqua italiani, il grande fiume in queste zone ha rappresentato per secoli, se non per millenni, la fonte della vita e, nello stesso tempo, lo spettro della paura ad ogni sua piena, e quello della distruzione e della morte in occasione di varie alluvioni. Attorno al Po, dal Po, nel Po si è svolta e si svolge una vita che ieri, ancora più d'oggi, aveva il sapore del profondo legame esistente tra la gente e il corso d'acqua. Per chi scende nella Bassa, il territorio, ovunque, parla il linguaggio del Po, dappertutto si percepisce la sua presenza, e lo sguardo, mentre vaga per i vasti e sconfinati orizzonti dove la terra si confonde col cielo, viene attirato dai numerosi canali e, certamente non ultime, dalle acque del fiume.

L'acqua, quindi, è l'elemento più rappresentativo delle condizioni della vita passata e di quella attuale, un momento di confronto da cui non ci si può in alcun modo sottrarre. Ma anche le opere dell'uomo: le case, le vigne, le strade da sempre si sono conformate al grande fiume. Le case, con i mattoni delle fornaci di golena, hanno finito per respirare la vita intima, familiare, giornaliera degli operai e degli agricoltori. Le vigne, i cui filari si sposano con le robinie e i salici, vedono ancor oggi compiersi con i rituali e l'esperienza d'altri tempi, il sacrificio dell'uva nostrana. Le strade che "conducono tutte al Po", parafrasando un vecchio proverbio.

Così anche la natura si è in un certo senso adeguata alla "legge", ai "voleri" del fiume: l'inverno con le sue gelate, quando i rami in parvenza rinsecchiti si ricoprono di bianco ed il grigiore del cielo si confonde in quello della campagna; la primavera, quando il disgelo risveglia il sonnecchiante corso, lo gonfia e lo rende schiumoso, facendo accorrere la gente sugli argini perchè s'accorga che la timida viola ed il tarassaco sono già spuntati sulle bancate assieme ai radicchi selvatici; l'estate, perchè con i suoi colori vivaci e con le assolate e quasi riarse distese di grano faccia riflettere il contadino sulla indispensabilità delle acque.

Ecco perchè inizio questo mio lavoro dal Po. Perché tutti noi, Serravallesi in particolare, e Ferraresi in generale, siamo figli del Po, e perchè, infine, prima ancora di temerlo lo si possa conoscere, amare, rispettare, più di quanto si sia fatto sino ad ora.

La storia della nostra zona non può dunque disgiungersi da quella del maggior fiume italiano, il quale - almeno nel suo ultimo tratto - prima della biforcazione di Serravalle, ha avuto una parte di primo piano nel determinare l'assetto idraulico-territoriale del Basso Ferrarese.

Il Po rappresenta non solamente l'elemento fisico di separazione fra l'Emilia ed il Veneto, ma anche e soprattutto un interesse per i cambiamenti del suo delta, succedutisi secondo gli studiosi in numero di sette nel corso degli ultimi tremila anni. È tesi di Olinto Marinelli che la foce più meridionale del Po si trovasse al tempo dei Romani all'incirca poco a sud dell'attuale abitato di Porto Garibaldi. Successivamente la cosiddetta "traslazione" a nord ha provocato l'attuale tipica formazione ramificata a delta. In epoca romana la laguna padana (chiamata "Padusa") si estendeva a ovest dalle ultime propagini del territorio bolognese, a est fino al mare, a nord da Adria fino a poco prima di Ravenna. Furono notevoli gli sforzi per prosciugare e ridurre questa parte di territorio al fine di poterne trarre benefici agricoli.

Già autori antichi rilevarono la mobilità del corso del Po non solo nella parte più occidentale ed elevata ma anche nel basso territorio ferrarese e nell'area deltizia in genere. Per quanto riguarda l'antico Po si sa che fra i rami deltizi di sinistra "il più remoto doveva staccarsi dalla platea di Ferrara e corrispondere al Curulo, che corre per Corlo, Copparo, Cesta e Coccanile. Qui diramavano probabilmente due rami: uno più settentrionale per Carmignano a Berra doveva dirigersi nell'Adriese in direzione della Foce delle Fornaci; l'altro più meridionale doveva attraversare la zona di Fiumana e dei Dossetti ed è indicato dalla arginatura della grande bonifica ferrarese per Fienile Nuovo, Le Contane, Vittoria, Rambalda, Garbina e il Canale Saminiato, che ricalca il Po morto dai Monticelli, sul litorale cosiddetto etrusco, fino a Mescla, che segna la cuspide della foce in epoca romana".

Prima gli Etruschi e quindi i Romani si interessarono a lungo delle situazioni del nostro territorio anche perchè, date le condizioni ambientali, l'insediamento umano avrebbe potuto trarre notevoli benefici economici solo dopo una razionale opera di bonifica, opera che venne ripetutamente intrapresa, e, nel caso dei Romani, iniziata ad una certa distanza dalla conquista del territorio. La costruzione di grandi strade accompagnò per molti anni il fenomeno della colonizzazione romana, e ciò secondo una ben nota consuetudine presente nel sistema strategico di questo popolo.

Con la costruzione di nuovi tracciati stradali e con la progressiva colonizzazione del territorio, si svilupparono molte colture e, certamente, mutarono le condizioni di vita.

La decadenza dell'Impero Romano (476 d.C.) e le invasioni barbariche susseguenti riportarono in stato di semi abbandono queste zone, con un indubbio progressivo regredimento delle colture e la intensificazione della crescita e sviluppo di vegetazioni prevalentemente arboree fin oltre il secolo XI.

I monaci di Pomposa (e in parte gli Estensi dal sec. XV al sec. XVI) prodigarono non pochi sforzi per portare a produttività i terreni paludosi, approntando opere di arginamento, combattendo tenacemente le rotte ed i conseguenti impaludamenti, sistemando la rete di scolo. Notevoli e degni di nota sono gli sforzi fatti dagli Estensi per tutto il sec. XV al fine di ridurre le plaghe paludose avvalendosi soprattutto dei quattro canali di scolo denominati Bentivoglio, Ippolito, Galvano, Seminiate. Ci si servì anche del Po di Goro al fine di far convogliare le acque dei collettori in un unico vettore di grande portata.

Un'ultima parola è da spendere per il Canal Bianco. Le sue origini sono assai antiche. Già il Benetti - così come altri autori - lo chiama, in una sua carta relativa alla laguna "Padusa", Canale Bianco o Scolo Antico del Polesine di Ferrara. Questo corso d'acqua nasce nella zona di bonifica "Terre Vecchie" a Settepolesini (Comune di Bondeno) ed è preposto allo scolo delle "terre alte", attraversando il territorio del nostro Comune. A Serravalle, da centinaia d'anni, esso delimita la zona abitata e "vecchiaie" del centro da quella periferica "novale" della "valle".

Informazioni tratte dal libro di Giovanni Raminelli "SERRAVALLE- Profilo storico di un paese della Bassa Ferrarese"