Home - Album - Avvenimenti - Collabora - Comune di Berra - Cookie Policy - Dintorni - Associazione Palio - Eventi - Guestbook - Immagini - Informazioni - Interventi - LeOpinioni - Links - Misteri e c... - Notizie  - Parrocchia News - Politica Locale - Primo Piano - Storia - Strade - Territorio

 

Serravalle e dintorni...

STORIA

CHIESA MILITANTE IN FAVORE DELL’UNITA’ D’ITALIA
- Petizione di 9000 sacerdoti italiani a S.S. Pio IX nel 1862 -

 


Pio IX


Post n°47 pubblicato il 29 Aprile 2014 da g.raminelli

A distanza di tre anni dalle celebrazioni ufficiali per l’unità d’Italia ho il piacere di rimettere mano in questi giorni ad una solida documentazione, che mi offrì il destro di tenere una seguita relazione agli amici del Lions Club di Codigoro (Ferrara). Si tratta, in buona sostanza, di ciò che compare in un voluminoso testo intitolato Petizione di 9000 sacerdoti italiani a S.S. Pio IX, pubblicato a Torino nel 1862. Le vicende di anni segnati da turbolenze, guerre, rivoluzioni avevano segnato profondamente il clero italiano, legato al potere pontificio di un successore di Pietro generalmente visto e vissuto più come Re che Papa. I segnali lanciati da Pio IX con riforme innovative e impensabili avevano spiazzato i sovrani della spezzettata realtà geopolitica italiana e avevano rincuorato le speranze di giovani patrioti ansiosi di riunire la frammentata penisola in una federazione sotto l’egida delle chiavi petrine. Il testo appena citato riporta il lungo elenco di religiosi richiedenti una aperta discesa in campo del pontefice al fine di unificare, nella pace e senza spargimenti di sangue fraterno, l’Italia ponendone la capitale in Roma, quale “Metropoli del nuovo Regno”. La supplica, riportata a pagina 28 del libro, così recita: “Ecco, Beatissimo Padre, dall’uno all’altro estremo di questa nostra Italia risuonare concorde una voce, voce di religione, di pietà cattolica: Viva il Papa; ma ecco risuonarne pure una seconda, voce di patriottismo, e voce di nazionale indipendenza, Viva Roma Metropoli del nuovo Regno. Se queste due voci, anzi che amicarsi, si avversino e si combattano, non vi ha danno temporale e spirituale che non debba temersi, né vi ha bene nazionale e religioso che possa prudentemente sperarsi. E chi sarà dunque mai quel benedetto destinato ad armonizzarle, e ad essere per la Nazione e pel Papato, per la Società e per la Chiesa principio e sorgente di sì gran bene? Voi solo potete esserlo, Beatissimo Padre, giacché Voi solo potete efficacemente ripetere quella voce che ereditaste dal Principe de’ Pastori, e che, partita dal Vaticano, riempirebbe di esultanza e Cielo e Terra. Che si oda dunque questa voce dalle vostre labbra, o Pio, e che da Voi l’Italia che figlialmente vi riguarda e prega, ascolti la parola Pace. Sì, Padre, Voi le annunziate la pace, e noi in suo e nostro nome ne giuriamo immortale la gratitudine.

I sottoscrittori furono in totale 8943 (fra clero secolare e clero regolare). Segnalo che fra questi vi furono 76 vicari capitolari, generali o foranei, 783 fra arcipreti, prevosti, pievani e parroci, 861 coadiutori, vicari parrocchiali, cappellani e simili, 343 teologi, predicatori, professori.

E’ evidente che le idee del Gioberti (benché deceduto nel 1852) avevano continuato a far proseliti, a lungo, anche al di fuori del Regno di Sardegna. Il suo impegno politico lo aveva portato a identificare la religione con la civiltà e nel suo trattato Del primato morale e civile degli Italiani era giunto alla conclusione che la Chiesa fosse l'asse fondante del benessere della vita umana. In questo affermava che l'idea della supremazia dell'Italia, corroborata e irrobustita dalla restaurazione del Papato come dominio morale, fosse basata sulla religione. Tale opera, come ben sappiamo, era divenuta la base teorica del neoguelfismo. Un movimento che non contagiò solo i giovani che frequentavano le scuole cattoliche, ma anche i sacerdoti e quanti non si sarebbero mai rassegnati alla caduta del potere temporale della Santa Sede. Indubbiamente una storiografia laica ha disegnato nel tempo, anche con toni foschi e talvolta irrisori l’apporto dei cattolici alla costruzione dell’unità Italiana, segnalando in negativo la ritrosia ecclesiastica all’accettazione del nuovo Stato. Vale la pena tuttavia ricordare e riportare qui quanto ha scritto Giuliano Amato nella prefazione al testo a cura di Alberto Melloni Cristiani d’Italia. Chiesa, Società, Stato 1861-2011, (Istituto della Enciclopedia Italiana): “(…) l’opera illustra l’apporto della Cristianità all’unificazione e alla crescita della Nazione. Era tempo che il tema uscisse dai cenacoli e dai fogli dell’intellettualità cattolica ed entrasse nella storiografia senza aggettivi correggendo l’immagine dell’Unificazione Nazionale come stagione segnata soltanto dalla ostilità della Chiesa per il nuovo Stato.

Di sicuro l’esempio più eclatante per le nostre zone fu quello offerto dall’abate-parroco di Serravalle (Ferrara) don Angelo Malandri, definito la “mosca bianca”, che nel 1862 convinse e portò i propri parrocchiani a non disertare, ma anzi a votare in massa presso la sezione elettorale, credendo nell’alto valore dell’esercizio democratico del diritto-dovere di voto.

Giovanni Raminelli
Copyright - 2014