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Serravalle e dintorni....

PRIMO PIANO

UN'ESTATE A PARIGI
- UN ARTICOLO DI ROBERT WISTRICH, PROFESSORE DI STORIA EBRAICA ALL'UNIVERSITA' EBRAICA DI GERUSALEMME -

Un’estate a Parigi

Di Robert Wistrich, professore di storia ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme e direttore del Vidal Sassoon Center for the Study of Anti-Semitism; autore di numerosi volumi sull’antisemitismo, tra cui “A Lethal Obsession: Anti-Semitism from Antiquity to the Global Jihad” (2010), purtroppo non tradotti in italiano.

A questo link potete leggere l'articolo in lingua originale: http://mosaicmagazine.com/essay/2014/10/summer-in-paris/

(Traduzione di Giovanni Quer)


Robert Wistrich

Mentre quest’estate le strade di Parigi riecheggiavano delle urla “A morte gli Ebrei!”, gran parte delle élite francese accusava gli ebrei delle loro sventure. C’è ancora un futuro per gli ebrei in Francia? Il 13 luglio, il giorno prima della Presa della Bastiglia (una festa nazionale in Francia), una folla si è accalcata alle porte della sinagoga Don Abravanel nell’XI arrondissement a Parigi. I “dimostranti” che hanno assediato la sinagoga, di origine prevalentemente araba nordafricana, si erano divisi da una manifestazione cui partecipavano una piccola parte di comunisti, militanti trotzkisti anti-sionisti, qualche ambientalista e sindacalisti. Sventolavano le bandiere palestinesi e urlavano “Morte agli Ebrei”, assieme al grido di battagli islamista “Allahu Akbar!”


Manifestazione contro Israele in Francia

I circa 200 membri della comunità ebraica che si trovavano nella sinagoga di rue de la Roquette sono stati costretti a barricarsi dentro il tempio, mentre i rivoltosi che tentavano di irrompere, alcuni con sedie, spranghe e coltelli, sono stati respinti da un piccolo gruppo di poliziotti, attivisti ebrei e membri del servizio di sicurezza della comunità ebraica. Ci sono volute tre ore per disperdere la folla che assediava la singagoga, allontanata solo grazie al tardivo intervento delle forze speciali della polizia. Per alcuni questo evento ha riportato alla memoria la Kristallnacht, la furia nazista scatenatasi il novembre 1938 in tutta la Germania e nei Paesi vicini – senza dubbio un’esagerazione, che però indica il trauma causato.

In quei giorni, si sono contati almeno otto tentativi di irrompere, vandalizzare o dare al fuoco sinagoghe nell’area di Parigi. Già l’11 luglio, due giorni prima, una sinagoga in Aulney-sur-Bois è stata attaccata con bombe incendiarie durante le funzioni del venerdì sera. La settimana successiva, nel sobborgo settentrionale di Sarcelles (conosciuto anche come “piccola Gerusalemme”) dove vive una folta comunità di ebrei sefarditi, il tentativo fallito di dare al fuoco una sinagoga ha spinto i rivoltosi a incendiare auto e distruggere negozi di proprietà ebraica. La polizia antisommossa è dovuta ricorrere ai cannoni ad acqua, gas lacrimogeno e proiettili di gomma – scene comuni nel Medio Oriente ma meno nell’Europa Occidentale.

Non che la Francia fosse la sola nel mondo democratico ad assistere a un’escalation di violenze antiebraiche durante il conflitto a Gaza quest’estate. Da Londra a Sydney, da Boston a Santiago de Chile, il coro delle proteste anti-israeliane, spesso cedendo all’antisemitismo, si è potuto sentire in tutto il mondo. Solo in Gran Bretagna si sono registrati più di 200 incidenti antisemiti in luglio, un record di un solo mese. In Germania il clima anti-israeliano era particolarmente cruento: un imam a Berlino che ha incitato i musulmani a massacrare gli ebrei sionisti, dimostranti che urlavano slogan quali “ebreo, ebreo, porco codardo, esci allo scoperto e combatti!” Le manifestazioni ad Anversa hanno visto cortei in cui si gridava, “uccidi gli ebrei”. A Malmö in Svezia, la sinagoga è stata vandalizzata per la terza volta in un anno, sui negozi di proprietà ebraica sono apparse svastiche, e molti ebrei sono stati ingiuriati per strada.


La quenelle, il gesto antisemita che emula il saluto nazista

Nessuno di questi incidenti ha tuttavia avuto le stesse proporzioni devastanti che in Francia, dove le statistiche ufficiali riportano 527 incidenti antisemiti tra gennaio e luglio di quest’anno – il doppio degli incidenti antisemiti dell’anno scorso. Non c’è da stupirsi: una serie di fattori, tra cui le proporzioni delle comunità ebraica e musulmana, concorrono a fare della Francia un caso rappresentativo dell’ebraismo europeo, sul cui futuro grava ormai una nube minacciosa.


Manifestazione contro Israele in Francia

I. Il Jihadismo colpisce in casa

I 600.000 membri della comunità ebraica francese, benché le stime ufficiali indichino un calo, costituiscono la metà degli ebrei che vivono nell’Unione Europea. Se però la Francia conta un grande numero di ebrei, la sua popolazione musulmana è almeno dieci volte maggiore, tra i sei e gli otto milioni: la più grande comunità islamica dell’UE, il 12% della popolazione francese e una percentuale maggiore dei giovani francesi. Come la maggioranza degli ebrei di Francia emigrati dagli anni ’50, i musulmani francesi provengono dalle ex-colonie francesi del Maghreb – Algeria, Tunisia e Marocco, cui si aggiungono le successive immigrazioni di musulmani dall’Africa occidentale, Turchia e Iran.

Gli immigrati e i loro discendenti sono particolarmente influenzabili dalla propaganda antisemita e anti-israeliana. Le cose sono peggiorate notevolmente dall’inizio della Seconda Intifada nel 2000 e con l’aumento della presenza musulmana in Europa. C’è tuttavia un precedente che è largamente dimenticato. Gli ebrei francesi (ed europei) sono stati le prime vittime della rabbia araba contro Israele tra il 1979 e il 1983, durante i quali gruppi di palestinesi hanno compiuto, assieme ai loro alleati locali, una serie di attacchi terroristici.

Per esempio: il 3 ottobre 1980, una bomba piazzata nella sinagoga Reform di rue Copernic a Parigi in modo tale da mietere il maggior numero di vittime possibili è esplosa anzitempo, uccidendo una donna israeliana e tre passanti non-ebrei. Nello stesso periodo, altro presagio di quanto sarebbe successo in futuro, si facevano strada le accuse a Israele di un uso sproporzionato della forza, di uccidere volontariamente i bambini palestinesi e di commettere crimini di guerra e persino di compiere un genocidio. Nel 1982, giornali di centro-sinistra come Le Monde, il quotidiano di sinistra Libération, il comunista L’Humanité, e il giornale cattolico di sinistra Témoignage Chrétien parlavano spudoratamente di un immaginario “genocidio” nel Libano del sud.

È stato con la seconda intifada (2000-2004) che la violenza anti-ebraica ha incominciato a raggiungere picchi senza precedenti in Francia. Gli slogan che accompagnavano gli episodi di violenza erano ormai divenuti famigliari, unendo il tradizionale antisemitismo europeo con l’Islam radicale e l’odio di Israele. Vi era tuttavia una differenza: i responsabili delle violenze non appartenevano a organizzazioni terroristiche, ma provenivano dalle famiglie d’immigrati delle banlieue, i quartieri periferici, o meglio i bassifondi, in cui dominano la disoccupazione, il crimine e la droga. Le violenze hanno assunto la forma di pogrom, attacchi organizzati, molestie isolate e vandalismo, benché molti degli episodi fossero pianificati e orchestrati.

Nonostante la violenza anti-ebraica si sia quietata dal 2004, gli ebrei francesi hanno ricevuto un agghiacciante monito della loro vulnerabilità con l’assassinio di Ilan Halimi, un commesso ebreo di 23 anni di Parigi. Halimi è stato brutalmente torturato a morte nella periferia della capitale da una banda che si faceva chiamare “Les Barbares” (i barbari). I media, la polizia e gran parte dell’opinione pubblica si sono ostinatamente rifiutati di considerare l’assassinio come un atto di antisemitismo, eppure il leader della banda criminale, Youssef Fofana, era un musulmano dell’Africa occidentale legato ai gruppi salafiti, che aveva già tentato in passato di rapire altri ebrei, mentre gli altri membri avevano coperto d’insulti antisemiti il padre del ragazzo durante le negoziazioni di riscatto poi fallite.

Sei anni dopo, a Tolosa, la cui comunità ebraica conta 20.000 membri, un rabbino di trent’anni, i suoi due bambini e un allievo di otto anni della rinomata scuola Ozar Hatorah sono stati uccisi a colpi di pistola. La regione era conosciuta per le cosiddette “tensioni inter-comunitarie”, ossia il solito eufemismo per indicare le agitazioni antisemite. L’assassino, di 23 anni, Mohammed Merah, cittadino francese di origine algerina, era nato a Tolosa, imbevuto di una mentalità islamista ed estremamente antisemita in casa, si è poi radicalizzato in prigione, dove ha trascorso dei periodi per delinquenza giovanile, e poi durante la sua formazione da jihadista in Afghanistan. Le sue repellenti esecuzioni, registrate in una videocamera assieme alla sua morte in seguito a una sparatoria con la polizia, lo hanno trasformato in un eroe postumo per molti giovani musulmani alienati nelle banlieue della Francia.

In seguito ai feroci attacchi di Merah, il numero di aggressioni antisemite da parte di altri musulmani, soprattutto contro giovani ebrei, è aumentato vertiginosamente. A Tolosa, nonostante i messaggi di solidarietà alla comunità ebraica, molti ebrei sono stati oggetto d’innumerevoli minacce e insulti in seguito agli assassini. Il pubblico francese ha presto dimenticato le vittime, mentre i media sviluppavano una perversa fascinazione per l’assassino, dopo aver incolpato inizialmente estremisti neo-nazisti o di estrema destra.

Il che ci porta alla cupa realtà dei nostri giorni e alle zioni del ventinovenne Mehdi Nemmouche, responsabile dei brutali assassini al Museo Ebraico di Bruxelles quest’anno. Tra le quattro vittime di Nemmouche, vi era anche un’editrice d’arte in pensione, che era arrivata nella capitale belga solo due mesi prima dopo aver deciso di lasciare la Francia per l’atmosfera sempre più profondamente antisemita. Invece che serenità, ha trovato una morte crudele. Il suo assalitore, come Mohammed Merah, era un jihadista franco-algerino, nato a Roubaix, cittadina industriale del nordest della Francia e oggi mecca dell’Islam francese. Nemmouche era appena tornato da un periodo trascorso nei campi dei massacri dello Stato Islamico in Siria.

La presenza sempre maggiore di elementi jihadisti ha accelerato il senso di erosione di precarietà tra gli ebrei in tutt’Europa. In Francia, si può notare nel minor numero di ebrei nei quartieri come Sarcelles o altri sobborghi di Parigi popolati prevalentemente da musulmani, dove la loro situazione è stata incerta per un lungo periodo. È ormai diventato in un certo qual modo normale in queste zone una kippah portata in pubblico sia un invito a ingiurie, insulti, molestie e aggressioni fisiche. Questo semplice fatto, ampiamente documentato negli articoli di Michel Gurfinkiel e Annika Hernroth-Rothstein apparsi su Mosaic Magazine, è indicativo della tetra realtà dell’antisemitismo nell’Europa del XXI secolo.

II. Gli usi irresistibili dell’antisemitismo

Né l’omicidio di Ilan Halimi né tantomeno gli assassini di Tolosa sembrano aver angustiato l’opinione comune francese sulla gravità del crescente antisemitismo, o della vera natura che assunto nel XXI secolo. La manifestazione di massa del 26 gennaio 2014, “Le Jour de Colère” (il giorno della rabbia), è stato un campanello d’allarme. Al corteo (cui ho personalmente assistito) hanno preso parte circa 17.000 persone, di varia estrazione, che gridavano “Ebreo, ebreo, la Francia non ti appartiene”, “Ebrei fuori dalla Francia” e “le camere a gas erano un bluff”. Questi slogan si univano ad altre espressioni antisistema, all’ostilità verso lo stato francese e la tassazione vessatoria, la rabbia contro la politica e la persona del presidente François Hollande e molto altro ancora. Come ebbe modo di dire l’allora Ministro degli Interni (ora Prima Ministro) Manuel Valls, era un cocktail pericoloso, sintomo di una macabra opinione diffusa che lega la destra e la sinistra estreme contro la Repubblica.

In un’inversione orwelliana, la mitica “lobby ebraica” in Francia è stata accusata di volere avere il monopolio sulla compassione pubblica per le vittime del genocidio.

Valls aveva ragione, almeno in parte, ma l’infuso tossico e populista che ha descritto non è privo di precedenti nella storia politica della Francia. In più, dagli anni ’30 in poi alcuni politici francesi non hanno mancato di sfruttare o sostenere questo spirito di pubblico scontento, misto ad antisemitismo, pur sconcertati dalla forza intrinseca che può portare a disordini. Per quanto ci interessa in quest’articolo, è importante rilevare le correnti principali del passato recente e il loro effetto sulla situazione degli ebrei in particolare.

Nel 1990 un cimitero storico ebraico è stato vandalizzato a Carpentras, una cittadina nel sud della Francia. Senza perdere l’occasione, il Presidente François Mitterrand, il primo presidente socialista, oggetto di rivelazioni imbarazzanti sulla sua collaborazione col regime di Vichy in periodo di guerra, ha partecipato a un’enorme manifestazione contro l’antisemitismo e il “fascismo”. I media francesi, per obbedienza o convenienza, avevano incolpato il partito di destra Front National (FN), che però non aveva niente a che vedere con la dissacrazione del cimitero. L’antisemitismo, che la sinistra ha ormai definito una sottocategoria del razzismo o del “fascismo”, era un’arma politica contro la destra.

L’uso dell’antisemitismo, e in particolare della Shoah, è stato frequente. In seguito, anche i neri francesi, gli arabi, i gay e altre minoranze hanno incominciato altre battaglie per il riconoscimento istituzionale delle loro sofferenze e i giornalisti, gli intellettuali, e i politici hanno incominciato a paragonare la xenofobia anti-islamica con l’antisemitismo e financo con la Shoah. La svolta si è avuta quando, con un’inversione orwelliana, la mitica “lobby ebraica” in Francia è stata accusata di volere un “monopolio” sulla compassione pubblica verso le vittime dei genocidi.

Pertanto non è un caso che dal 2000, sia la memoria della Shoah sia la “lobby ebraica” siano state oggetto d’incessanti attacchi da parte di Dieudonné M’bala-M’bala, l’ex comico franco-cameroniano che fa parte del fronte ideologico estremista del nuovo antisemitismo in Francia. Dieudonné sostiene che sono gli stessi ebrei a essere, sin dai tempi di Abramo, degli archetipi d’indefesso razzismo. Questa posizione è condivisa dal suo strano alleato Alain Soral, uno pseudo-intellettuale bianco, ex-comunista ed ex-attivista del Front National, che si definisce fieramente un nazionalsocialista à la française. Questa coppia combina elementi antisemiti di destra e sinistra, tenuti insieme dalla paranoica teoria della cospirazione “sionista”, diffusa in varie parti del mondo. Le loro descrizioni del dominio ebraico sull’economia, la politica, la cultura, e i media, la loro reputazione di convinti negazionisti della Shoah così come di grandi ammiratori dell’Iran li ha portati al successo, tanto da aver ricevuto finanziamenti iraniani per partecipare alle elezioni del parlamento europeo con un partito chiamato apertamente “partito antisionista”.

Forti della loro fama, Dieudonné e Soral hanno creato legami tra le comunità bianche, nere e di beurs (arabi), tra la gioventù della classe media e i poveri delle banlieue, tra i sostenitori del Front National e l’estrema sinistra, tra antisemiti di vecchio stampo e giovani immigrati. Elemento fondamentale del loro successo è la capacità di unire il loro ibrido antisemitismo alle loro posizioni anti-sistema e alla politica “fotti il sistema”. Il simbolo di questo legame è la quenelle di Dieudonné, il saluto nazista invertito con cui si riconoscono i suoi sostenitori nel mondo e che si è potuto vedere nelle diverse immagini di giovani che dimostravano di fronte ai luoghi di memoria ebraici, in occasione del “Giorno della Rabbia” nel gennaio 2014. Questo processo dimostra come l’antirazzismo gallico, concepito come strumento per prevenire l’antisemitismo, si è ripresentato come soverchio antisemitismo.

III. Delusione e Negazione

Le élite europee sembrano incapaci di far fronte a quest’antisemitismo ibrido, specialmente perché legato all’Islam. Non è stato difficile denunciare l’antisemitismo di Alain Soral, che in fondo è un reazionario bianco, ma l’antisemitismo di Dieudonné è molto più difficile da trattare. Per molti intellettuali francesi, tendenzialmente di sinistra, indicare un gruppo di neri o di musulmani come antisemiti è, almeno, equivoco, se non razzista e islamofobico. Esprimersi in tal senso può portare a esser tacciati come “agenti di Israele”, o di tentare di coprire i “crimini sionisti”.

Pertanto quando accadono episodi di violenza antiebraica in Francia da parte di musulmani, o quando espressioni di odio antiebraico riempiono l’etere, i media, gli intellettuali e molti politici semplicemente ne negano l’esistenza, o ne riversano colpa a Israele per le sue azioni e/o alla comunità ebraica. Al contrario, i giovani musulmani dei “quartieri difficili” (un eufemismo per riferirsi ai quartieri violenti della città) non sono mai incolpati per i loro atti criminosi, come nemmeno lo sono i palestinesi nel Medio Oriente. È anche inutile far notare che la loro solidarietà a Hamas, fondato sul Sacro Patto del 1988, un documento violentemente antisemita, e sul culto della morte al fine di islamizzare la Palestina “dal fiume al mare”, desta poche perplessità.

La destra francese è in un qualche modo migliore? La risposta migliore è un sì con riserva. L’opposizione all’Islamizzazione rampante in Francia è tradizionalmente stata guidata dal Front National (FN), che reca con sé dei pesi ragguardevoli dal passato. Alla guida del suo leader attuale, Marine Le Pen, il movimento ha tentato di distanziarsi dall’atteggiamento anti-arabo del padre Jean-Marie Le Pen, e l’incredibile successo alle elezioni al Parlamento Europeo del maggio 2014 (con il 25% dei voti era primo nella lista dei partiti francesi) ne ha fatto uno dei possibili concorrenti al potere. Contrariamente all’estrema sinistra e ad alcuni socialisti, il FN non ha preso parte alle marce pro-palestinesi di luglio 2014, e Marine Le Pen ha in un qualche modo aperto agli ebrei di Francia.

La resistenza del FN alla minaccia posta dagli islamisti radicali, assieme all’accento posto sulla laicità repubblicana, sono stati accolti con favore da alcuni ebrei. Ma il sospetto rimane, alla luce della banalizzazione del passato di Vichy, dei suoi legami attuali con i movimenti populisti di estrema destra in Europa, e il rifiuto categorico della rappresentanza collettiva ebraica (di cui si parlerà più avanti), molti ebrei hanno dei problemi a considerarli potenziali alleati. In più quando la quenelle e gli spettacoli antisemiti di Dieudonné sono stati proibiti dal governo, il FN ha avanzato critiche in nome della libertà di parola. (In passato Le Pen padre aveva anche espresso un certo apprezzamento per le “provocazioni” di Dieudonné).

Tuttavia le élite dimostrano non solo di essere riluttanti nell’identificare l’antisemitismo islamico come tale, ma anche di essere ostili a qualsiasi forma di simpatia che gli ebrei esprimono per Israele. Gli ebrei che difendono lo Stato ebraico sono solitamente accusati di comunitarismo, che è in francese, communitarisme, un termine ben più offensivo di quel che suona: significa tribale, egoista e particolarista, preoccupato solo della propria comunità e non del bene comune. In alcuni circoli equivale alla violazione del contratto repubblicano del 1791, quando la Francia divenne il primo stato europeo a concedere pieni diritti civili e politici agli ebrei, a condizione che rinunciassero all’autonomia collettiva eccetto che in alcune sfere della pratica religiosa. Gli ebrei francesi si sono attenuti a questo dettame officioso finché è stato brutalmente violato dallo stato francese nel 1940. Le leggi razziali del regime di Vichy hanno abolito l’emancipazione ebraica e condotto alla deportazione di 76.000 ebrei, da parte della polizia francese, che finirono nei campi della morte nazisti.

Questo è accaduto solo 75 anni fa, e da allora molto è stato fatto per ripristinare il vecchio status quo e far rifiorire la comunità ebraica. Ma oggi, dalla seconda intifada, gli ebrei che difendono Israele sono stati sempre accusati di essere dei comunitaristi tribali. In più, l’aumento dell’antisemitismo è immediatamente identificato come il risvolto di quanto sono definite le “tensioni inter-comunitarie”, dando l’impressione che si tratti di una questione tra ebrei e musulmani, per cui entrambe le parti hanno le proprie colpe. Eppure non c’è un solo caso di un ebreo che abbia assaltato una moschea, un centro comunitario musulmano, scuole, o un passante perché è arabo o musulmano, mentre nel caso contrario ci sono stati molti incidenti.

In altre parole le aggressioni sono sempre originate da una parte soltanto, benché sia un aspetto di cui non si parla, come dimostra l’apatia dei successivi governi francesi riguardi gli attacchi sugli ebrei. Tra il 2000 e il 2003, durante il picco della seconda intifada e di violenza antiebraica in Francia, gli ebrei si sentivano abbandonati dallo stato, e a ragione: non solo s’insinuava che le presunte “aggressioni israeliane” fossero la causa primaria se non unica degli incidenti antiebraici, ma i politici francesi negavano anche che ci fosse antisemitismo, a iniziare da Jacques Chirac.

Ho potuto costatare lo stesso atteggiamento quest’estate a Parigi. La rivista di centro-sinistra L’Express aveva pubblicato uno speciale criticando la reazione degli ebrei francesi ai disordini di luglio, compreso l’assedio alla sinagoga Don Abravanel. L’editoriale che seguiva il reportage, di Christophe Barbier, una penna conosciuta in Francia, recava il titolo “Les Nouveaux Baal-Zebub” (i nuovi belzebù), alludendo senza spiegare al nome medievale per diavolo, ma credevo intendesse essere un monito agli ebrei francesi di non arrendersi ai demoni della paura. Mi sbagliavo. Barbier ha attaccato l’organizzazione di autodifesa ebraica, che ha aiutato a respingere i manifestanti, definita come una “gang comunitaria”, e poi ha assicurato ai lettori che tali sforzi di “difendere la tribù” sarebbero in ogni caso controproducenti e provocherebbero solo altre violenze.

Se l’autodifesa è male, l’emigrazione (l’aliyah) in Israele è ancora peggiore: una tale sfiducia nell’ordine repubblicano rappresenta secondo Barbier un “tradimento” (cito testualmente) della Francia. Sarebbe un volo verso il nulla, una scelta codarda ed esecrabile, un vergognoso abbandono degli ebrei che hanno deciso di rimanere in Francia. Infine, Barbier accusa gli ebrei di fare dell’ebraismo un “bunker”, che rappresenterebbe l’imposizione volontaria di un ghetto: in altre parole accusa gli ebrei di comunitarismo fuori controllo. Ma non finisce qui. Barbier continuava il suo articolo sostenendo che la lotta all’antisemitismo era un punto d’onore, ma che gli ebrei dovrebbero distanziarsi dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu, definito come “nazionalista mercante di guerra”, e da Marine Le Pen, altrimenti porterebbero a una “guerra civile” in Francia di cui saranno vittime. Infine, Barbier ha sostenuto che mettendo la loro identità ebraica al primo posto, gli ebrei farebbero il gioco di quanti hanno sempre sostenuto che ci sia un “problema ebraico” in Francia. Queste analisi si dimenticano della questione centrale, dell’Islamismo, che sta minacciando la Francia e l’Europa e che rappresenta, è da pensare, un rischio ben maggiore rispetto al pericolo immaginario posto dai 5.000 ebrei francesi che sono arrivati in Israele nei mesi successivi. Per non parlare della prospettiva di circa 1.000 jihadisti di ritorno dall’Iraq e dalla Siria dopo la loro formazione militare con lo Stato Islamico. S’incomincia quindi a capire i diversi livelli di rifiuto e negazione della realtà che paralizzano la mente europea.

IV. Un raggio di speranza

Un raggio di speranza in questo cupo panorama è rappresentato dall’amministrazione di Hollande, che è stata molto ferma nel reagire alle manifestazioni sempre più violente di antisemitismo in Francia. Il 16 luglio 2014, in occasione della commemorazione della deportazione degli ebrei di Parigi nei campi di sterminio nazisti, il Primo Ministro Valls ha pubblicamente difeso la decisione di impedire qualsiasi dimostrazione pro-palestinese e ha condannato inequivocabilmente “ogni antisemita che nasconde il proprio odio verso gli ebrei dietro alla maschera dell’anti-sionismo e all’odio di Israele”. Il Presidente Hollande, alcuni mesi prima, ha dichiarato a un evento organizzato dal CRIF (il Consiglio delle istituzioni ebraiche francesi): “Degli ebrei sono oggetto di violenze nelle strade perché portano la kippah; i bambini nelle scuole francesi sono oggetto d’insulti perché sono ebrei; le sinagoghe sono dissacrate con le svastiche. Questa è la realtà dell’antisemitismo”; lo stesso Hollande ha rilevato più tardi che i rivoltosi del “Giorno della Rabbia” non hanno manifestato per la disoccupazione, per la povertà o per i tempi difficili, ma per il vecchio odio contro gli ebrei “alla ricerca di qualcuno da accusare”. Se una volta gli antisemiti erano più cauti, ora sono usciti allo scoperto, marciando per strada, usando internet per diffondere le loro falsità e menzogne, esibendosi nei teatri e pubblicando libri. Non ho dubbi che Hollande consideri l’antisemitismo come un attacco alla Francia e ai valori fondamentali della repubblica, ma anche le sue migliori intenzioni non sono sufficienti ad affrontare tre decenni di apatia (o di complicità passiva) verso l’intolleranza, l’indottrinamento, gli insulti e l’odio. In più non è certo, specialmente quando la popolarità del presidente è così bassa che le sue posizioni abbiano presa su un pubblico sempre più indifferente. Per una popolazione colpita dalla crisi sociale, dall’immobilità economica e dalla frammentazione politica, gli accidenti che affliggono gli ebrei non hanno alta priorità. Pertanto, nonostante l’atteggiamento del governo verso l’antisemitismo e il pericolo dell’Islam radicale, molti ebrei di Francia si sentono in trappola. Per anni hanno sentito le dichiarazioni dei ministri per cui un attacco alla comunità ebraica è un “attacco alla Francia” e ai “valori della Repubblica”, ma la violenza è continuata senza limiti. La legislazione contro l’antisemitismo e il negazionismo rimane solo sulla carta, ma sembra non avere effetti pratici. Per quanto riguarda gli affari interni, rimane una profonda riluttanza a definire i perpetratori degli atti antisemiti per quel che sono.

V. Ieri, Oggi e Domani

Meno di dieci anni fa, un rapporto commissionato dal Ministro degli interni Francese ha coraggiosamente fatto la connessione tra violenza antisemita e aumento dell’Islam radicale, notando che le scuole francesi, gli incubatori di solidarietà, erano invece “i territori persi della Repubblica”, prendendo il titolo di un libro di Emmanuel Brenner del 2002. Gli sviluppi nel resto d’Europa cui assistiamo oggi erano già presenti allora nelle scuole francesi, dove i bambini ebrei, gli adolescenti e gli insegnanti erano oggetto di molestie, insulti, derisioni da parte degli allievi musulmani di origine nordafricana, dei giovani che lo Stato francese non è riuscito a integrare. Dove hanno assorbito questo violento antisemitismo? In gran parte è stata una componente dell’identità etno-religiosa militante, composta di odio dell’Occidente, della Francia e degli Ebrei, che i loro genitori gli hanno trasmesso. L’identità islamista ha mescolato l’ostilità coranica verso gli infedeli con il tradizionale disprezzo per i non-musulmani (sia cristiani sia ebrei), mentre le teorie della cospirazione antisemite sono derivate da fonti europee come i Protocolli dei Savi di Sion. Assistiamo oggi a uno scenario preparato in passato, fertilizzato dalla jihad globale, dalla crescita del salafismo e del culto di Osama bin-Laden, trapiantato in Francia nei territori di anomia urbana, delinquenza giovanile, depressione economica, nichilismo culturale, senza contare la crisi dell’identità nazionale francese.

Negli anni ’60 il generale Charles de Gaulle poteva ancora proiettare un senso di orgoglio gallico, radicato nella storia francese, nell’influenza francese e nella modernizzazione del Paese, ma molto di esso si è eroso negli ultimi 45 anni, non da ultimo per il fallimento di tenere sotto controllo l’immigrazione dal Terzo Mondo o di rispondere in maniera più creativa alle sfide della globalizzazione. Un segno di questo fallimento è il rifiuto delle élite francesi di riconoscere e trattare l’antisemitismo, o la loro stessa cospirazione del silenzio e la quiescenza verso l’Islam radicale. Il risveglio di oggi doveva avvenire 30 anni fa. Stiamo assistendo alla graduale frammentazione della tanto esaltata “sintesi repubblicana”, e forse anche al collasso della Quinta Repubblica di de Gaulle. Testimone di questa morte lenta è l’inizio della fine degli ebrei di Francia, finora considerati un esempio di successo nella storia ebraica del dopoguerra. Ci vorranno forse dei decenni perché il processo sia portato a termine, ma la probabilità che la storia prenda questo corso non è più da escludere.

Dalle mie ricerche e dalle varie discussioni con gli ebrei francesi che sono appena arrivati in Israele o stanno pensando di trasferirvisi, sono giunto a una serie di conclusioni. Quanti lasciano la Francia credono che gli ebrei non abbiano più futuro lì. Benché amino ancora il Paese, la sua bellezza, la sua cultura, i fasti del suo passato, sono convinti che qualcosa sia andato storto nel modello repubblicano d’integrazione. Il sistema francese non funziona più, non per gli ebrei, non per i musulmani e nemmeno per la maggioranza cristiana. Gli ebrei, però, hanno vissuto un periodo d’insicurezza personale, dovuto al fatto che non si sentono protetti da uno Stato che pare aver mollato la presa. Persino in Israele con la guerra mi dicono di sentirsi più sicuri, protetti dall’esercito israeliano e liberi di esprimere la propria identità ebraica in pubblico.

Sono stato in Francia un’infinità di volte negli ultimi decenni, ma mai ho sentito dire così spesso dagli ebrei francesi che considerano Israele la loro patria. È una cosa nuova. Qualcosa è cambiato. Un processo iniziato nel 2000, incubato per anni e ora maturato. Alcuni ebrei francesi non condividerebbero queste impressioni, attribuendole al panico, alla paura, o all’allarmismo. Eppure credo che s’ingannino. Il ritorno dell’antisemitismo è vero in Francia, e non scomparirà molto velocemente. Non è di certo la sola ragione per emigrare in Israele o altrove, ma è l’elemento più importante. In questo senso il disgusto di molti ebrei per la disinformazione costante su Israele nei media francesi, e la loro preoccupazione per gli allarmanti numeri di musulmani, di estremismo di sinistra e di ostilità populista verso Israele e verso gli stessi ebrei è una ragione sufficiente per giustificare l’emigrazione come una normale e giusta reazione. In Francia, come nel resto d’Europa, la libertà di vivere la propria identità ebraica è diventata non solo più ristretta ma più pericolosa.

Se si vuole descrivere l’ebraismo europeo oggi, si può ben utilizzare l’immagine della sinagoga in rue de la Roquette: i membri della comunità assediati da una folla che urla “Mort aux Juifs” alle porte, mentre gli intellettuali incolpano gli ebrei della loro malasorte, tra una società civile apatica e le autorità quasi impotenti che tentano di arginare gli eventi. Per alcuni può sembrare una triste, forsanche tragica conclusione. Sono sentimenti che posso capire. Ma mi ricordo sempre che quello che la Francia perde, Israele lo vince.

In risposta a George Weigel

George Weigel considera il ritorno dell’antisemitismo nel contesto dell’Europa sradicata, allo sbando culturale e morale. L’Europa de-cristianizzata di oggi scrive Weigel in “Who Can Save Europe’s Jews? Only Its Christians”, è stata corrotta “dall’umanesimo estetico” di pensatori come Comte, Marx, Feuerbach, Nietzsche e altri becchini del Dio-Creatore giudeo-cristiano. Una volta gettata alle ortiche, la Bibbia ha lasciato il posto al materialismo e al relativismo culturale, aprendo le porte all’idiozia post-moderna, compresa l’alleanza della sinistra laica con gli antisemitici islamici.

La speranza di Weigel è che la cristianità europea, guidata dalla Chiesa Cattolica, possa riportare al centro i valori morali ora in decadenza. Credo che le probabilità che questo avvenga siano minime nell’Europa di oggi. Molti cristiani hanno fatto i conti con l’antisemitismo di origine religiosa, contrariamente ai musulmani, sin dall’operato di Papa Giovanni Paolo II. Ma molti uomini di chiesa cristiani, protestanti forse più che cattolici, sono rimasti inerti di fronte all’incitamento anti-israeliano, in Europa o altrove. Sono rimasti anche in silenzio di fronte alla pulizia etnica delle antiche comunità cristiane del Medio Oriente a causa del jihadismo montante. Se è così difficile per la Chiese cattolica e le Chiese protestanti denunciare la persecuzione e il terrore islamico contro i cristiani, è forse probabile che difendano le comunità ebraiche in Europa?

E vi è poi la questione spinosa di Israele e Palestina. Nonostante Israele sia l’unico Stato del Medio Oriente in cui la popolazione cristiana è cresciuta e cui vengono riconosciuti tutti i diritti, molti cristiani europei e arabi preferiscono incolpare gli ebrei per le sofferenze dei cristiani, piuttosto che accusare i persecutori islamici – un silenzio che colpisce visto che un sempre maggior numero di cristiani, specialmente evangelici, in Africa, Asia, e in America Latina sta diventando pro israeliano e vicino al popolo ebraico. 


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16.1.14                Hit Counter