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Serravalle e dintorni...

 

- ANGOSCE E RICORDI DI UN TEMPO CHE FU -
IL PO, IL MIO NEMICO PIU' CARO...
- Di Leonardo Peverati -
 


 

 

 

Mentre guardo il Po agitarsi nel suo letto, quasi come chi deve smaltire la cena pesante e indigesta della sera prima, mi sovvengono pensieri e ricordi di un tempo purtroppo lontano.

Siamo in novembre, inizi di dicembre! ...E maggio e novembre erano i mesi in cui, chi abitava là, quasi nella pancia del grande fiume, nella golena che sta di fronte a via Roma, al bassòn, era costretto a raggiungere l’argine in barca. Fra le numerose famiglie che popolavano quelle golene, c'era la mia.

Le piene del Po in primavera e in autunno, ci costringevano a far salti mortali per salvare il salvabile di ciò che avevamo là, in quel pezzo di terra che va dal letto del fiume all’argine.

La campagna, intorno alla casa, era di norma allagata in questi due periodi dell’anno!

Il fienile, dove vivevano gli animali, i pollai, la piccola cantina, erano ricolme d’acqua.

L’abitazione no. Per fortuna la porta d’entrata dava su un’aia il cui livello era più alto rispetto alla campagna circostante e ai sentieri che conducevano sullo stradello, stretto e sterrato, che portava alla rampa che andava sull’argine maestro. Di lì tutti giorni si scendeva in paese.

Ed era così che, in quei giorni, il daffare era mettere all’asciutto polli, faraone, conigli e fagiani. La cuccia del cane trovava posto sull’aia asciutta, qualche gabbia andava ai piani alti del fienile, qualche altra in qualche altro posto, ricavato chissà come, dall’ingegno che si sviluppa in situazioni che a dir precarie è poca cosa.

La golena: l’odio e l’amore! Posto assurdo da abitare per scomodità e disagi ma paradiso di tranquillità, di libertà e bellezza, suggeritrice e scuola d’ingegno nei giochi e i passatempi di un bambino.

Non c’era, in quel posto, né energia elettrica, né acqua potabile.

Il frigo d’inverno non serviva, bastava stivare la roba in una stanza, sul retro della casa, mai riscaldata. D’estate il pozzo, difronte al fienile, sopperiva alla grande: bastava calar giù con la carrucola un paio di secchi con dentro ciò che si voleva tenere al fresco.

L’acqua per la minestra era quella del pozzo, fino a quando si è potuto: era acqua filtrata talmente bene che più di qualcuno la beveva come potabile.

Con un paio di famiglie che abitavano al di là dall’argine, però, mio padre aveva fatto un accordo per prelevare dalla rete potabile l’acqua da bere. Riempite le taniche di plastica, molto capienti, via ….su per quella rampa con tanta fatica!!

L’illuminazione notturna?! Senza corrente la facevano da padrone candele e lumi al “petrolio bianco” adatto allo scopo, in vendita dalla Vina e Silvio Terni.

Ma, avevamo anche la luce al neon, il nostro neon: alla fine di un tubicino di rame, collegato alla bombola del gas, una “retina” fatta a lampadina si riempiva di GPL. Un fiammifero la faceva brillare e ci illuminava almeno all’ora di cena e in quelle poche ore che, dopo cena d’inverno, si trascorrevano inventando passatempi o ascoltando la radio.

Con il caminetto del tinello, d’inverno, la stufa a legna fungeva da termosifone. Le stanze da letto erano fredde, le lenzuola si scaldavano con la “padella” e le braci.

Certo d’estate il discorso era diverso e forse, nelle calure estive, in golena qualche refrigerio in più che altrove si poteva trovare. Per esempio, ci si poteva lavare a ciel sereno perché, dimenticavo, il bagno era ovviamente una chimera e d’inverno la “mastlìna”, adatta allo scopo, era posizionata nella stanza più calda della casa

La prima televisione arrivò nel 1968, acquisto fatto nel negozio di Renato Chiavieri in via Bonamico. Era di buona marca, un Brionvega che funzionava con una batteria d’auto acquistata in paese da mio padre. Era in sostanza un monitor, un televisore da dieci, forse undici pollici.

Mitico: quando si scaricava quella pesantissima batteria, l’immagine dello schermo si rimpiccioliva. Era il segnale che bisognava ricaricarla e allora si andava dietro il campanile, da un meccanico di biciclette e di motorini, al secolo Berto Roberto Trombini

Arrivò il 1969: il 20 luglio, in una notte calda e silenziosa, quella “piccola grande” televisione mi fece vedere l’Apollo 11 che conquistava la luna. Pochi giorni dopo morì quel nonno al quale mi sono affezionato solo qualche anno dopo e, in ottobre, cominciai la terza media.

L’avventura dei miei primi tredici anni di vita finì lì l’8 dicembre di quell’anno quando, l’unico trasloco che io ricordi, mi porto in via Pivanti.

Dite un po’, ma vi sembra fosse vita questa!??

Eppure ancora oggi, guardando quel fiume che corre veloce verso il mare, mi ritornano in mente queste cose, non so se con nostalgia, certo sono ricordi che non mi disturbano.

Se a volte m’innervosisco, nel ricordare certi giorni di quei tempi, è perché non sempre la vita è fatta di cose facili, ma anche di situazioni pesanti e complesse che là sicuramente non mancavano e non è certo per quel luogo, per me della memoria, che amo incondizionatamente, nonostante tutto……

Leonardo Peverati - 30.11.16


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