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Serravalle e dintorni...

 

A MARIA SALETTI
INTERVISTA A MIA MADRE
- di Leonardo Peverati -

 

Era il 1999 quando una sera, tornando dal lavoro, trovo mio figlio seduto sul divano della cucina dei miei genitori, intento a far domande a sua nonna.

Non avrei fatto caso alla cosa se non avessi notato che, mentre mia madre parlava, lui prendeva appunti.

--“Che cosa state facendo di bello?”

--“Papà, sto intervistando la nonna!”

--“Argomento?”

Lo faceva spesso! Sì, facendosi raccontare di quando abitavamo in una delle nostre golene, quella di fronte a via Roma, al “Basson”, par capirass.

-“Devo finire la ricerca per l’esame, sai che parlerò della Libia. La nonna mi sta raccontando di quando, con la sua famiglia, fu mandata a Tripoli dal governo nel 1938”.

Sì, mia madre con la sua famiglia, nel marzo del 1938, espatriò per volere dell’allora governo Mussolini.

Fu una delle tante famiglie italiane destinate alle colonie, fu una delle tante che patì quella sorte infausta!

…E in quella sera del 1999, risentii ancora quel racconto, lo riascoltai con il solito interesse e un nodo alla gola tentò immancabilmente di soffocarmi ……

- “Nonna, ho studiato storia e ho letto che, molte famiglie negli anni in cui in Italia governava il fascismo, dovettero emigrare nelle colonie dell’Impero. E’ capitato anche alla tua famiglia? Dai nonna, tu racconta, io scrivo”……

Mia madre: -“Sì, è vero. Ancora oggi quando penso a quegli anni, mi sembra impossibile di essere riuscita a costruire una vita lasciando alle spalle tante sofferenze.

Negli anni trenta in Italia era difficile trovare occupazione e sostentamento, specialmente per le famiglie numerose come la mia.

Eravamo in otto: tre fratelli, tre sorelle, mio padre Teseo e mia madre Lucia.

Nella primavera del 1938, avevo dodici anni, costretti dagli eventi e per volontà del governo, abbiamo dovuto emigrare in Libia, a Tripoli precisamente. La promessa era quella che la vita là sarebbe stata molto diversa che in Italia, quasi che là si dovesse far fortuna.

Arrivammo! La giornata era calda. Ci siamo insediati in un villaggio vicino alla città; gli abitanti del posto ci accolsero bene. Sono buoni gli italiani, noi cercavamo di andare d’accordo con tutti e di collaborare il più possibile.

Vivevamo coltivando i campi e allevando piccoli animali da cortile e l’immancabile halùff, il maiale. Era una vita dura, si lavorava dalla mattina alla sera.

I fratelli più grandi partivano alla mattina presto e tornavano alla sera tardi, non c’erano molti svaghi. Le promesse fatte in Italia ben presto si rivelarono infondate.

Noi più piccoli andavamo anche a scuola, almeno s’imparava a leggere e a scrivere.

Nel primo anno di nostra permanenza, nacque tua zia Luisa, la più giovane e diventammo in nove.

Per me, quest’avventura, finì nel 1940, allo scoppio della seconda guerra mondiale. Rimpatriai con due mie sorelle, il resto della famiglia rimase là.

E’ stata la disgregazione della mia famiglia. Mia madre morì a Tripoli con un’infezione, probabilmente per la puntura di un insetto.

In periodi successivi, anche gli altri tornarono: mio padre e due fratelli furono gli ultimi, ma eravamo già all’inizio degli anni ’50, 1952 se non ricordo male.
Cosa dire? Eravamo giovani e come tutti i giovani avevamo voglia di vivere, ma le sofferenze erano grandi e ancora oggi questi ricordi mi intristiscono”.

Si la intristivano quei ricordi, perché come lei diceva, rappresentavano il periodo della povertà, del dolore per la madre, mia nonna Lucia, morta là a soli cinquant’anni, quando lei era già tornata. Rappresentavano il ricordo di una famiglia, allora unita, che si disgregò per le vicissitudini legate a quel periodo.


Leonardo Peverati - 7 Marzo 2016

 


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